Il progetto Teatri Diffusi

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga in avanti con la tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalla compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.

Elogio della fuga – Henri Laborit

Teatri Diffusi è un progetto di narrazione dei territori attraverso il teatro.

5 residenze con 5 compagnie in 5 territori della Basilicata.

Scopri come partecipare alle residenze.

[2UE]_La fuga d’amore Conversazione con Ilenia Caleo

Silvia Calderoni e Ilenia Caleo sono le performer che guideranno la prossima residenza di Teatri Diffusi sulla fuga d’amore. Conosciamole meglio. 

1)Il sodalizio artistico con Silvia Calderoni nasce nel 2012 con 2011>2068 Animale Politico Project di Motus e da qualche anno si sviluppa autonomamente tra momenti laboratoriali e residenze creative. Come si sta evolvendo il vostro lavoro e il vostro legame all’interno di un approccio al teatro che predilige i processi e la sperimentazione agli spettacoli?

Il lavoro che io e Silvia portiamo avanti nasce dall’esigenza di creare uno spazio libero di ricerca e sperimentazione non finalizzato allo spettacolo. I nostri laboratori non possono definirsi neanche delle proposte di formazione in senso stretto. Essendo due attrici dal background non accademico non trasmettiamo una tecnica, non insegniamo un metodo, partiamo dalla nostra esperienza, costruendo il percorso laboratoriale come un momento di indagine. Pensiamo che in teatro l’unico modo per apprendere sia per prossimità fisica, corporea, non teorica. Per contagio. Per epidemia.

Cerchiamo dunque di creare degli atelier di lavoro – aperti ad artisti/e di diverse discipline, ma anche a non professionisti – che abbiano come oggetto la composizione scenica, scritture non finalizzate a qualcosa di definitivo. Nei nostri percorsi di ricerca si indaga la composizione anche nella sua immediatezza, senza un piano registico predisposto, e dunque il ruolo del performer sulla scena. A partire da una pratica di performer autrice/autore, esploriamo la possibilità di una scrittura scenica che decostruisca le convenzioni, non mimetica, non rappresentativa.

L’incontro con Silvia è avvenuto all’interno della produzione “Nella tempesta” di Motus, il nostro percorso artistico è iniziato sviluppando gli stimoli attivati in quell’esperienza. Al di là delle suggestioni confluite in scena, nel periodo in cui abbiamo lavorato con Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, sono circolate molte idee su cui siamo tornate a riflettere.

Successivamente la nostra linea di ricerca si è sviluppata attorno al concetto di spazio pubblico con un’idea di attraversamento politico della città in chiave performativa. Abbiamo indagato il rapporto tra il dentro e il fuori, tra il dentro della scena e il fuori che è la città, lo spazio aperto, lo spazio urbano, lo spazio politico, ma sempre per accumulare materiali da riportare nello spazio teatrale.

2) La questione urbana è stata affrontata più volte all’interno del vostro filone di ricerca…

Il lavoro sulla dimensione urbana è iniziato nell’ambito di un festival-piattaforma tenutosi a Macao a Milano, ed è stato ulteriormente sviscerato in un percorso di circa cinque mesi all’Angelo Mai a Roma. L’ultimo “oggetto” su cui abbiamo lavorato è stato la piazza, non con lo scopo di creare una performance pubblica ma di capire cosa lo spazio urbano potesse restituire al performer in termini di: ricerca, esercizio, allenamento, analisi. La piazza e lo spazio urbano sono stati per noi elementi di partenza, una sorta di “testo” effimero diventato materiale di scrittura e riscrittura, oggetto compositivo.

3) Chiederete ai partecipanti alla residenza di arrivare e lavorare in coppia. Perché questa scelta e soprattutto cosa cambia nella costruzione scenica l’approccio di coppia anziché quello individuale?

Siamo partite dall’immagine-stimolo della fuitina, ma in modo molto grezzo, primitivo, selvaggio; un input iniziale da cui creare un immaginario di riferimento, un mondo, un catalogo di azioni possibili e impossibilinon ci interessa né l’aspetto rappresentativo, né quello narrativo, tantomeno la rilettura storica del tema. Dalla suggestione della fuga d’amore abbiamo tratto degli elementi che ci permettessero di rispondere alla chiamata di Teatri Diffusi con una riscrittura personale.

Partiamo dalla quantità, dal numero e non dal contenuto: allora la figura guida è stata subito il due [2UE], senza attribuire alla dimensione di coppia alcuna determinazione amorosa o di genere. Ci chiediamo quale campo di forze si possa generare lavorando in due anziché da soli. Questa sarà la domanda aperta che attraverserà tutta la residenza.

2UE è già sinonimo di un sistema di relazioni, di cospirazioni, un progetto comune che, come scritto nella call, può essere di qualsiasi natura. 2UE è al contempo un limite e uno spazio di immaginazione. Dove c’è un limite c’è sempre una possibilità: scoprire un territorio nuovo, che non sappiamo. Due che è più di uno ma non è ancora molti. Proveremo a creare una collettività a partire da due e non dall’individuo. Tenteremo anche di mettere in crisi l’idea – tutta da verificare – che il processo creativo sia un processo soltanto individuale, una solitudine. 2UE è già relazione, è già mondo. È dialogo, conflitto, contraddizione, prossimità. Molti testi teatrali sono costruiti a partire da questa unità di misura, basta pensare a Beckett…

4) I punti fondamentali della vostra indagine scenica possono essere enucleabili nel concetto di corpo e di rischio. Che significato assumono – se condividi questa chiave di lettura – all’interno del vostro lavoro?

Lo spazio che io e Silvia stiamo creando insieme non rientra in un formato codificabile. Vogliamo tenere aperto un ambito di ricerca e indagine, in questa scelta entra sicuramente in gioco una prima dimensione di rischio. Il rischio ritorna anche nella nostra attitudine a cercare, all’interno del linguaggio teatrale, posture destabilizzanti che mettano in crisi le convenzioni, che interroghino lo spettatore rispetto alle categorie definite, o rompano gli automatismi della scena o le gerarchie che operano nel linguaggio e organizzano l’azione performativa. Dis-abituarci a ciò che sappiamo fare. Lavoriamo molto, nei laboratori, a dis-organizzare l’organico: nel corpo, tra il corpo e la parola, tra il visibile e il miraggio.

Nel fare teatro, nel fare arte oggi non possiamo che lasciarci guidare da una necessità, occorre mettere in gioco qualcosa. Deve andarne – letteralmente – della vita. Anche solo un frammento, ma che sia vivo! Questa vale come un’indicazione anche politica.

Il corpo, sí, è punto di partenza imprescindibile per entrambe. Nel lavoro di Silvia in modo molto evidente, la sua formazione spazia da Valdoca a Motus, anch’io ho una formazione non accademica, tra danza contemporanea e teatro fisico, la dimensione corporea è il nostro primo vocabolario.

5) Teatri Diffusi è anche un progetto di comunità che auspica la diffusione delle pratiche performative in un territorio poco incline ai linguaggi contemporanei. Cosa vi piacerebbe lasciare sul territorio lucano e perché avete deciso di partecipare al progetto? 

Quello che dici rispetto alla Basilicata è estendibile a tutta l’Italia. Esiste un problema strutturale storico con il contemporaneo nella nostra cultura, per questo c’è bisogno anche di investimento, da parte di chi lavora con i codici sperimentali del contemporaneo, affinché la sperimentazione non sia terreno per pochi o per gli addetti ai lavori, ma anzi, che l’accesso alla decodifica di questi linguaggi possa essere un elemento diffusivo, che non esclude; è un tratto che ha anche una rilevanza politica. Uno strumento per allestire paesaggi nuovi, per allenare l’immaginazione al possibile. L’Italia inoltre sembra divisa da una linea orizzontale che blocca la circolazione degli artisti sul territorio, questo comportamento va scardinato, per noi è stato importante rispondere alla chiamata di Teatri Diffusi anche per questo.

di Alessandra Coretti

 

Bando Corti Teatrali

 

l progetto Teatri Diffusi si arricchisce di una bellissima iniziativa.

é un bando per la realizzazione di corti teatrali inserito tra gli eventi di promozione della terza residenza  che si terrà a Marconia di Pisticci (MT).
Il bando è riservato a coloro i quali hanno partecipato alle precedenti residenze e agli allievi della scuola di teatro di IAC e dell’Albero.
Grazie, fateci arrivare belle proposte.

bando corti

 

Bando di partecipazione per la terza residenza

LA SCADENZA DEL BANDO è STATA PROROGATA AL 27 MARZO

A SEGUITO DELLE RICHIESTE PERVENUTE, LA PARTECIPAZIONE É APERTA A PERSONE CON PIÚ DI 35 ANNI.

7 giorni di residenza gratuita con Silvia Calderoni e Ilenia Caleo e la comunità di Marconia.
Quando? dal 4 al 10 aprile 2016
Dove? Presso il centro per la creatività Tilt
Come? Compilando e inviando il bando
COSA ASPETTATE? Avete tempo fino al 20 marzo 2016!

 

 

SCARICA IL BANDO

Il programma completo della residenza a Melfi

TEATRI DIFFUSI

Narrare il territorio attraverso il teatro

La fuga dei migranti

2a Residenza Teatrale

28 settembre – 4 ottobre

Melfi (PZ)

Lunedì 28 settembre a Melfi (PZ), si rinnova l’appuntamento con Teatri Diffusi, primo progetto di formazione, promozione e divulgazione teatrale, realizzato nell’ambito e con il sostegno del programma “Progetti innovativi per l’avvio e la valorizzazione della rete dei centri per la creatività giovanile” della Regione Basilicata.

La seconda residenza, in programma dal 28 settembre al 4 ottobre, si terrà nello spazio teatrale della Compagnia de L’Albero e sarà condotta da Gianluigi Gherzi. L’attore e regista, vincitore dei premi “scenario” e “Eti Stregagatto”, ha più volte portato l’esperienza del teatro fuori dai luoghi deputati: nelle carceri, nei centri sociali e nelle scuole. I suoi ultimi lavori rilanciano “l’utopia della città come luogo d’incontri e del rito teatrale come creazione di un’agorà di pensieri e visioni”. In terra lucana, Gherzi, porterà l’esperienza maturata nella direzione artistica del “Teatro degli Incontri”, progetto di intervento sociale e ricerca teatrale sul tema del rapporto tra cittadino-straniero e comunità di accoglienza.

La seconda tappa di Teatri Diffusi rifletterà sul concetto di fuga, declinato nel significato di emigrazione e allontanamento necessario: la fuga rischiosa, la fuga per mare, la fuga a pagamento, la fuga verso un sogno di benessere.

L’artista in residenza coinvolgerà 15 giovani, selezionati tramite call, in un inedito esperimento di narrazione del territorio, che si concluderà con una performance pubblica. Ad arricchire il programma della settimana un ventaglio di eventi collaterali aperti alla comunità locale: spettacoli, laboratori, incontri con operatori culturali, cene condivise.

Teatri Diffusi è un progetto innovativo ed inclusivo per la valorizzazione del territorio lucano attraverso le arti sceniche contemporanee. Mette in rete, tramite un programma di residenze teatrali, i professionisti della cultura e i centri per la creatività della Basilicata. Ogni residenza, curata da un artista differente, sarà occasione per riflettere sul concetto di fuga (tema scelto per raccontare la Lucania) in una specifica declinazione. Tra gli obiettivi del progetto: avviare relazioni di confronto tra aspiranti attori e artisti di rilevanza nazionale; comprendere il territorio di riferimento creando spettacoli che ne siano l’espressione; diffondere la conoscenza del teatro contemporaneo in luoghi caratterizzati da un’offerta artistica limitata.

Il progetto è realizzato da IAC Centro Arti Integrate di Matera, la Compagnia Teatrale L’Albero di Melfi (PZ), l’Associazione l’Ambulante di Cagliari, in collaborazione con Idea Agorà di Fossano (TO) e la rete europea Circus Next.

Programma della settimana

Da lunedì 28 settembre a domenica 4 ottobre Spazio teatrale L’Albero, Laboratorio teatrale in residenza a cura del regista Gianluigi Gherzi.

Martedì 29 settembre Palazzo Donadoni, ore 19:30, Giro di fughe, chiacchierata intorno al tema della fuga. Interverranno Nancy Porsia (giornalista freelance, esperta di Medio Oriente e Nord Africa), Gervasio Ungolo (coordinatore Osservatorio Migranti Basilicata), Carlotta Vitale (Gommalacca Teatro) Andrea Gadaleta Caldarola (videomaker), Giovanni Salvatore (fotografo), Alessandro Panico (scrittore).

Mercoledì 30 settembre – Teatro Ruggero II, ore 20.30, Escape fughe mancate in due atti Compagnia teatrale de L’Albero.

Giovedì 1o ottobre Spazio teatrale L’Albero, via Gerolamo Cardano 1, ore 19:30, presentazione Atlante della città fragile (G. Gherzi, Edizioni Sensibili alle foglie, 2013). A seguire cena condivisa, banchetto con gli abitanti di Melfi.

Domenica 4 ottobre Giardino ostello il Tetto, ore 20:30, performance conclusiva realizzata con i partecipanti alla residenza.

Informazioni:

sito:  www.teatridiffusi.it

Facebook:  www.facebook.com/teatridiffusi

e-mail:  info@teatridiffusi.it

Referente: Andrea Santantonio – telefono: 3355341270

Comunicazione e Digital PR: Alessandra Coretti

e-mail: alessandra.coretti@gmail.com

telefono: 3494125179

Intervista a Gigi Gherzi

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Gigi Gherzi, attore, regista, drammaturgo, fondatore del progetto Teatro degli Incontri, condurrà la seconda residenza di Teatri Diffusi.

Conosciamolo meglio!

Che cos’è per te il teatro?

Per me il teatro è un rito di condivisione di un presente tra pubblico e attori. Del teatro ho sempre amato il potere di costruire una microcomunità, che possa vivere, anche solo temporaneamente, una dimensione altra dell’essere, dell’agire e dell’ascoltare. Capace di custodire questo momento per farlo riverberare nel quotidiano. Credo di aver cercato soprattutto questo nel teatro: uno spazio di relazione tra il pubblico, gli attori e chi il teatro lo progetta e lo realizza.

Qual è stato il tuo percorso teatrale?

Il mio percorso, che è molto articolato, deve moltissimo all’esperienza fatta all’interno dei “gruppi teatrali di base”, movimento degli anni Settanta, che accorpava circa 600 formazioni accomunate da un legame molto forte con i luoghi e le comunità in cui agivano. Ho condiviso questa esperienza con una generazione di artisti formatasi al di fuori delle scuole, delle pratiche tradizionali, prediligendo un contatto estremamente forte con i pubblici, con le comunità locali, organizzando azioni teatrali all’interno e all’esterno del teatro. Mettendo in discussione il teatro per farlo diventare, fino in fondo, uno strumento utile per la relazione e il rapporto che cercavano.

Come nasce la collaborazione con Teatri Diffusi? Ci sono dei punti di contatto tra il tuo modo di intendere e fare teatro e le finalità del progetto?

Ho sentito una vicinanza immediata al progetto Teatri Diffusi: l’idea di interrogare un territorio partendo da un tema è, infatti, una metodologia di lavoro che mi è propria, perché affine a quella che uso con il Teatro degli Incontri, progetto milanese nato nel 2010, attraverso cui cerco di costruire rapporti tra teatro e comunità partendo da un’ipotesi, da un tema. L’esperienza in programma a Melfi avrà un valore ulteriore perché ha al centro un’idea di fuga molto particolare: quella necessaria e pericolosa, consentirà quindi di affrontare storie relative alla condizione dei migranti e dei lavoratori stagionali. Come sempre il teatro tenterà di instaurare un rapporto radicale con le storie che incontrerà, arricchendo lo spessore personale e artistico di chi vivrà questa esperienza.

Durante la residenza artistica lavorerai non solo con attori professionisti ma anche con aspiranti tali. Quali sono, secondo te, le tre parole chiave che devono accompagnare la formazione di un attore?

La prima è sicuramente azione o pratica. Agire concretamente per incontrare il pubblico, anche senza avere consapevolezza totale dei propri strumenti, è fondamentale. Il piano dell’azione è il piano formativo per eccellenza, dobbiamo avere una grande fiducia nella pratica e in quello che ci dice.

La seconda – mutuata dal mio metodo didattico – è autorialità, chiedere ad ogni attore di avere fiducia nel proprio patrimonio di conoscenze: in ciò che ha vissuto, che ha studiato, che ha nel cuore, sapendo che quello è il patrimonio prezioso a cui il teatro attinge.

La terza e ultima parola per me importante è svelamento, rispetto a tutto quello che ognuno pensa di sé. C’è la necessità di andare a pronunciare una parola nuda, indifesa, che non si vergogni di se stessa, ma parta dall’intimo per diventare universale. Una parola da non giudicare attraverso le categorie della psicologia perché tutti i nostri svelamenti, le nostre storie, sono svelamenti del mondo, hanno carattere universale. Siamo pertanto di fronte a un’idea di teatro e di formazione che non riguarda la costruzione di un io attorale presuntuoso, ma è invece il tentativo di raggiungere il grado zero della semplicità e della sincerità comunicativa col pubblico e col gruppo di lavoro.

Che cosa ti preme infondere ai partecipanti durante le giornate che trascorrerai a Melfi?

Spero che la residenza si riveli essere un momento – divertente da un lato, ed emotivamente profondo dall’altro – durante il quale capire che affrontare dei temi apparentemente ostici, significa alternare, come nella grande commedia del mondo, momenti di serietà a momenti di piacere.

La seconda cosa che vorrei far passare è che lavorare su un territorio, come avverrà a Melfi, non vuol dire proporre un prodotto artistico minore rispetto al valore di un oggetto teatrale tradizionalmente inteso, anzi dà la possibilità di fare qualcosa di rilevante anche, ma non esclusivamente, a livello teatrale ed estetico.

Inoltre, vorrei aggiungere che, in questo tipo di lavoro, essere attori con molta esperienza o aspiranti tali non confligge, perché pur partendo da basi molto diverse ognuno regala tanto al lavoro. Anche l’aspirante attore, nel momento in cui tocca la sua inesperienza, può giocare delle carte disarmate di sincerità che diventano determinanti per il lavoro stesso, quindi il percorso di residenza si rivolge sia a chi ha già maturato un’esperienza teatrale, sia a chi ne ha poca, e anche a persone il cui approccio espressivo parte da differenti discipline: dal video, dalla fotografia, dalla musica. I diversi punti di vista sono spunti fecondi di inventiva per questo orizzonte teatrale.

News residenza Melfi

Ci Siamo, manca una settimana all’inizio della prossima residenza a Melfi, una cittadina piena di fascino storico.
Vi presentiamo i luoghi da abitare e vivere nei giorni della residenza. Dal 27 al 4 Ottobre saremo lì, tanti gli appuntamenti durante la settimana ma soprattutto intere giornate per conoscere e confonderci con la comunità. Unitevi a noi! Se non avete la fortuna di stare a Melfi, seguiteci attraverso la pagina Facebook: https://www.facebook.com/teatridiffusi

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L’Ambulante | Margherita e Gaetano

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Ci raccontate ci siete?

Siamo Gaetano e Margherita, uno filmaker e l’altra ricercatrice urbana, provenienti da due diversi Sud e appassionati di paesaggi umani, alla costante ricerca di strumenti di narrazione e interazione con i territori. Ci siamo incontrati nel 2010 esplorando a piedi il territorio Romano insieme al Collettivo Stalker per il progetto PrimaveraRomana. In breve tempo ci siamo ritrovati a voler raccontare la storia di una casa che è stata molto importante nella vita di entrambi. Il racconto si è concretizzato nel film documentario Good Buy Roma. Da qui in poi, i nostri percorsi, apparentemente diversi, hanno trovato un terreno comune. E’ così che abbiamo deciso di fondare l’Ambulante.

Cosa fa l’Ambulante?

L’Ambulante è un’associazione che, attraverso iniziative culturali e di ricerca urbana, cerca di creare un’interazione viva con i territori e con i suoi abitanti.

L’associazione promuove le culture nomadi e si immerge nei territori per costruire con essi processi in divenire proponendo diverse modalità di lettura e rappresentazione della contemporaneità. L’intento è quello di sviluppare narrazioni tese “ad una drammaturgia dell’implicazione” più che ad “un compito di esplicazione”

Il linguaggio che più utilizziamo è quello del cinema, che intendiamo non solo come strumento ma anche come luogo di aggregazione. Siamo ambulanti, nel senso che non abbiamo una sede prediletta. Le nostre sedi sono le strade, le piazze, le viuzze, le case.

Che valore ha per voi Teatri Diffusi?

Per noi, che fino ad ora abbiamo lavorato prevalentemente tra Roma, Sardegna, Calabria e Sicilia, Teatri Diffusi ha un valore grandissimo. Innanzi tutto ci permette di scoprire e immergerci in un nuovo territorio, la Basilicata, e poi ci permette di lavorare e confrontarci con realtà che operano in ambiti diversi dal Cinema, ma che con il Teatro ci permettono di sviluppare insieme nuove forme di ricerca urbana e interazione con i territori. Di Teatri Diffusi condividiamo soprattutto l’intento di narrare i territori “insieme” ai territori e agli abitanti.

Cosa vi aspettate dalla realizzazione del progetto?

Ci aspettiamo la creazione di una rete di soggetti operanti nel Sud Italia e una crescita professionale riguardo proprio le modalità di interazione e narrazione dei territori. Nello specifico della nostra peculiarità, troviamo importante documentare la nascita di queste comunità temporanee create dall’incontro tra compagnie teatrali, operatori culturali, attori ed abitanti. Una specie di teatro ambulante che si ferma una settimana in un luogo, interagisce, racconta e poi si sposta in un altro luogo, portando via qualcosa e lasciando qualcosa in eredità. Crediamo che esportare, mostrare e raccontare anche questo possa essere importante per la costruzione di modalità innovative di formazione che facciano da volano a nuove attività culturali, sociali e politiche.

L’Albero | Vania e Alessandra

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Conosciamo Alessandra e Vania della Compagnia teatrale de L’Albero.

Ci raccontate ci siete?

Agli studi universitari abbiamo da sempre affiancato la formazione artistica in senso lato. Oggi siamo due registe, ci dedichiamo tanto e con passione alla formazione dei ragazzi ma Alessandra oltre che attrice è anche cantante lirica,  Vania invece si occupa anche di documentari. Insieme dirigiamo L’Albero, fondato nel 2007, ma che ha una storia più lontana nel tempo e che oggi è composto da una squadra artistica di attori e drammaturghi.

Cosa fa l’Albero?

L’Albero è una compagnia di produzione e si occupa di formazione e progettazione culturale. Ci piace portare il linguaggio teatrale negli ambiti più disparati: dall’integrazione alla prevenzione, dalla divulgazione di saperi all’  educazione dell’infanzia e del pubblico e alla narrazione dei territori,  in un lavoro scambio e dialogo continuo con l’altro che sia l’artista, lo scienziato, l’anziano, il ragazzo, il disabile o il bambino.

Inoltre da ventitré anni formiamo e cresciamo ragazzi nella nostra scuola di teatro “ La Scuola sull’Albero” la maggior parte dei nostri allievi salgono sui suoi rami ancora bambini e scendono solo quando arriva il momento di andar via per studiare all’università (in questo senso il tema della fuga tocca da vicino anche noi). In altri casi invece per chi resta, cerchiamo di offrire loro un processo di inserimento nel lavoro professionale di compagnia.

Che valore ha per voi Teatri Diffusi?

Altissimo! Teatri Diffusi ci dà infatti la possibilità di confrontarci con altre compagnie e registi che non operano nel nostro territorio, ma che con esso dovranno confrontarsi per restituire un racconto che è condiviso con chi invece il territorio lo abita. Questo sguardo doppio (da ‘dentro’ e da ‘fuori’) è fondamentale per aggiungere altre prospettive rispetto alla finalità di intervenire positivamente sul cambiamento e la crescita del territorio in cui il teatro opera e quindi agisce.

Cosa vi aspettate dalla realizzazione del progetto?

Di mettere a punto una modalità esportabile di modello di confronto di residenza artistica e comunità intesa come cittadinanza da un lato e amministrazione politica dall’altro. Ci aspettiamo che il dialogo e il confronto fra “artisti” e “comunità” sia concreto e tangibile. Ci aspettiamo un modello di teatro che si mette al servizio del suo territorio e che quindi venga percepito come reale momento di crescita sociale condiviso e necessario e non come mero atto artistico performativo